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OP
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Molte volte ho riflettuto sul perché la nostra professione è bistratata ignorata e a volte sbeffeggiata: perchè non è conosciuta non è conosciuto il nostro lavoro troppo spesso rilegato negli ambienti tecnici. Certo anche la TV ha fatto molto per divulgare sia i fenomeni naturali che quello che fa il geologo ma non basta. I recenti fatti de L'Aquila ci fanno riflettere ulteriormente come non basta essere dei buoni tecnici ma anche dei buoni comunicatori perchè il nostro lavoro abbia efficiaci. I problemi non si risolvono solo con interventi tecnici ma anche sul piano culturale nelle attività di prevenzione di autoprotezione e in generale della comprensione degli eventi da parte della popolazione e quindi della stampa. Mi vorrei soffermare su quest'ultimo aspetto che è spesso frutto di crisi: i cittadini pressano per un evidente disagio o pericolo (vedi strade chiuse abitazioni evacuate chi paga chi non paga ecc.)questo disagio viene cavalcato dai media (dai giornali locali ai gabibbi vari) e gli amministratori che quando va bene si affidano ad esperti (es geologi)vanno in crisi e forzano su soluzioni populiste o decisamente poco tecniche. E così spesso ordinanze di evacuazione e chiusura vengono "aggirate" con escamotage fantasiosi o assecondamento da parte di certi tecnici e finchè va bene tutto ok. Ma potrebbe non essere sempre così. Proviamo a parlarne? "Dal Vajont a L'Aquila come comunicare l'emergenza? potrebbe esser il titolo del topic ma potrebbe essere anche un trea. Infatti il problema della comunicazione diventa cogente in fase emergenziale ma in generale è il problema quotidiano degli scienziati che non possono parlare solo tra loro è un problema degli ordini che devono promuovere la figura professionale insegnando cosa fa il geologo agli amministratori alla gente e ai media.
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un concetto importantissimo. L'esempio citato da Antonio Scaglioni a proprosito dei lavori gdei geologi del dopo terremoto in Emilia è calzante.
the sands of time were eroded by the river of constant change
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