Salve. A breve (forse non tanto a breve, ma diciamo "non troppo in là") finirò gli studi universitari e mi immetterò sul mercato della disoccupazione. Vorrei fare un paio di domande sul dottorato di ricerca, che potrebbe essere un'opportunità di scelta (ma non saprei...), per chiarirmi dei dubbi che l'università non mi ha mai chiarito:
1) Qual'è la differenza tra il fare un dottorato "con borsa" e uno "senza borsa"? Cioè, essenzialmente si è "stipendiati" per entrambi oppure quelli senza borsa non sono stipendiati e quindi tutti i viaggi/spese/periodi all'estero sono da sostentarsi con i propri soldi?
2) Io che mi laureerò in Geologia, posso decidere di fare qualsiasi dottorato di ricerca, che so, in Fisica/Ingegneria/Archeologia ecc, oppure sono vincolato dal dover fare necessariamente un dottorato in Geologia?
3) Ma a finale.. IL DOTTORATO DI RICERCA SERVE DAVVERO O SONO SOLTANTO 3 ANNI "BUTTATI" (preciso che mai niente è buttato e qualsiasi cosa serve a fare esperienza nella vita)? Cioè, escludendo la questione dottorato in Italia/all'estero e i vantaggi che comporta un dottorato all'estero, ma il dottorato di ricerca, PER CHI NON HA INTENZIONE DI CONTINUARE CON LA CARRIERA ACCADEMICA, SERVE DAVVERO? Nel mondo del lavoro è NECESSARIO oppure è soltanto un titolo che serve per proseguire con la carriera accademica (e ovviamente dà qualche vantaggio nei punteggi nei concorsi pubblici)?
Grazie a tutti per le risposte.
Ti rispondo con cognizione di causa, perchè io il dottorato l'ho fatto e mi sono fatto una certa idea/esperienza, nel complesso neutra tendente al negativo. Te la riporto, così più campane ascolti meglio decidi...premessa, io ho svolto il XIII ciclo in scienze della terra (il XIII è partito nell'ormai lontano 1998, ora non so se si va ancora "a cicli", dottorato di tre anni a Bologna, dove al dipartimento di geologia c'era anche quello di sedimentologia (quattro anni, a quel tempo molto selettivo e blasonato)
Sul fatto che l'università non te lo abbia mai chiarito non mi stupisce, vedi risposta al tuo punto tre, ma andiamo con ordine:
Punto 1) è più o meno la seconda che hai detto, la grossa differenza è che appunto senza borsa ambisci al rilascio del titolo secondo legge ma appunto non hai alcun assegno mensile, poi il rimborso spese dipende essenzialmente dall'esistenza o meno di un fondo di finanziamento alla ricerca a cui stai lavorando es, se il progetto di ricerca lo sta gestendo un relatore nell'ambito di una più vasta area e questa gode di un finanziamento (una volta c'era il 40% MURST, oggi non so visto che lo stato ha chiuso i rubinetti "c'è la crisi...."), allora i convegni, i biglietti aerei o l'acquisto di attrezzature e analisi magari è coperto, altrimenti..... nisba. Periodi all'estero senza borsa meglio lasciare stare.
Punto 2) Teoricamente si, nel senso che al dottorato si accede con concorso e prove scritte, ovviamente per cambiare ramo devi avere un attimo di conoscenze nella disciplina in cui ti vuoi inserire o per lo meno se il progetto che vuoi intraprendere è interdisciplinare, avere le idee chiare su obiettivi e metodi. Non siamo come in america dove devi seguire dei corsi con esami coi quali colmare ovvie lacune culturali (a meno che sempre non sia cambiato qualcosa negli ultimi quindici anni).
Punto 3), risposta ben più complessa.... A differenza che negli stati uniti e forse qualche altro paese anglosassone, dove il PhD è un titolo a tutti gli effetti, conosciuto dalla maggior parte della gente, che apre veramente (diciamo nella maggior parte dei casi) le porte ad una carriera od un impiego di livello, qui da noi meno dell'1% della popolazione sa di cosa si tratti, e alla fin fine serve solo come giustamente hai detto, a prendere un punto o due in più di titoli nei concorsi pubblici (a me è servito essenzialmente a quello, oltre che a passare tre anni con un seppur minimale stipendio e assicurarmi un paio d'anni seguente di incarichi professionali per un ente a cui interessava il lavoro da me svolto), oppure a fare carriera accademica e lì devi avere un buon gancio a cui aggrapparti, vedi un grosso nome presso cui lavorare, che garantisca materiale da pubblicare su riviste ad alto impact factor, ecc., oltre che essere disposto a passare dai dieci agli x anni di pasti magri (ma di soddisfazione culturale, in fondo non si vive di solo pane, ecc. ecc.) prima che si liberi un posto o che qualcuno lo crei per te...
Gli anni che ho passato a fare il dottorato non li considero buttati (perchè almeno per fortuna mi sono valsi ai fini della contribuzione inps, per quello che può valere), ma certamente mi fa molta amarezza rendermi conto che nell'ente presso cui lavoro (una nota agenzia regionale che si occupa di ambiente) sebbene mi sia servito per entrare (i titoli in più hanno fatto la differenza alla prova concorsuale, che era riservata ai geologi) un rotolo di carta igienica sia considerato di maggiore utilità, e che all'atto pratico il mio inquadramento di livello e di carriera è lo stesso di un diplomato tecnico industriale, con la differenza che quest'ultimo prende in media centocinquanta euro in più per gli scatti di anzianità, a parità di età anagrafica (entrando nel mondo del lavoro senza aver fatto l'università in alcuni casi sembra essere stata una scelta migliore, almeno per numerosi miei "colleghi" del posto in cui lavoro).
Quindi, alla fine, se vuoi restare in italia, la risposta è, no, il dottorato non serve a un *censura*, eccettuato il settore oil & gas, quest'ultimo però è un mondo che non conosco (e che non mi ha mai attirato fino in fondo), so però che i miei ex colleghi che vi sono entrati non tutti avevano il dottorato (solo quelli altamente specializzanti come la micropaleontologia o la petrologia del sedimentario).
Spero di non averti confuso le idee...