chi è:
Carlo Dell’Aringa, laurea in Scienze Politiche (Università Cattolica di Milano 1963), dottorato in Economia (Università di Oxford 1970), è attualmente Professore Ordinario di Economia politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttore del CRELI (Centro di Ricerche Economiche sui Problemi del Lavoro e dell’Industria). E’ stato presidente di importanti Associazioni ed Istituti quali l’AIEL (Associazione Italiana di Economisti del Lavoro) e l’ARAN (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni). Dal febbraio 2001 ad aprile 2004 è stato Presidente e Commissario Straordinario del nostro Istituto.
alcuni suoi passaggi di una sua intervista :
Professor Dell’Aringa, partiamo dall’attualità, dai nostri giorni: il problema della stabilizzazione dei lavoratori precari. Il “Libro verde sulla spesa pubblica” presentato lo scorso 6 settembre dal Ministro dell’Economia, Padoa Schioppa, conferma le misure di stabilizzazione previste dalla Finanziaria 2007: il piano del governo prevede la regolarizzazione di circa 145 mila precari nell’arco dell’intera legislatura. Un periodo di lavoro “flessibile” può essere valutato come propedeutico ad una maggiore stabilità del rapporto di lavoro?
Distinguerei le condizioni di precarietà nel settore pubblico e nel settore privato. Nel primo caso il lavoro temporaneo dura più a lungo, ma alla fine (come l’esperienza dimostra) porta alla stabilizzazione con lo stesso datore di lavoro. Nel settore privato le esperienze sono più brevi, ma anche più incerte nei risultati. Non credo che il lavoro "precario" svolga un ruolo positivo nel pubblico impiego. E’ spesso uno strumento che, di fatto, aggira le regole dei concorsi e della selezione e, al contempo, mortifica le motivazioni e le aspirazioni professionali dei lavoratori. Non ha nemmeno quelle caratteristiche positive di flessibilità che sono invece molto apprezzate dalle imprese del settore privato.
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Nel nostro Paese si sviluppano gli strumenti per favorire l’accesso alla formazione dei lavoratori dipendenti ma la partecipazione è ancora scarsa se rapportata al contesto europeo. Non ritiene che si debba agire anche con campagne di sensibilizzazione e di informazione che coinvolgano oltre ai lavoratori anche i titolari di impresa e tutti coloro che hanno responsabilità nelle politiche attive del lavoro e delle politiche culturali?
Nel nostro Paese si fa poca formazione continua, anche perchè la struttura produttiva è sbilanciata verso la piccola e piccolissima impresa. E’ noto, in teoria e in pratica, che le piccole imprese non investono in formazione (soprattutto di carattere generale). Occorre un intervento di carattere "pubblico" e, a questo proposito credo che i Fondi Interprofessionali debbano svolgere questo ruolo. Come sensibilizzare i lavoratori, non è problema da poco. Probabilmente occorrerebbe dir loro che la formazione continua è redditizia, ma non mi sembra che disponiamo di molte informazioni sui rendimenti di questo tipo di formazione.
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Nel generale processo di mobilità (spesso senza ritorno) dei ricercatori italiani verso altri Paesi, assistiamo in modo molto evidente ad un forte depauperamento delle regioni del Mezzogiorno. Ha qualche suggerimento per invertire tale tendenza?
L’unico suggerimento che mi sento di dare è di cercare di migliorare la qualità delle nostre università. In tutto il Paese, ma soprattutto nel mezzogiorno. I buoni ricercatori, oltre a voler essere ben pagati, vogliono fare ricerca in buone università. Come aumentare la qualità delle università? Secondo il mio parere, attraverso massicce dosi di autonomia e responsabilità.
....leggetela tutta su internet......