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#61593 11/02/2009 22:33
Iscritto: May 2001
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cari colleghi
sarei molto grato se qualcuno mi indica come impostare una relazione geologica per l'autorizzazione RELATIVA ALL’UTILIZZO DI TERRE E ROCCE DA SCAVO DI CUI ALL’ART. 186 DEL D.LGS. 152/2006 (movimenti in terra in uno stesso cantiere)
Devo stilare una vera e propria relazione o basta una sorta di modellistica da indirizzare al Comune ove si chiede l'autorizzazione?
cari saluti e buon lavoro a tutti.
G.

Iscritto: Oct 2007
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Forse questo può esserti di aiuto:

Il D.L. 185/08 (il cosiddetto Decreto Anticrisi), per uniformarsi alle interpretazioni europee, ha previsto all’art. 20, che il materiale estratto non è rifiuto se riutilizzato nello stesso cantiere.

Non andranno più rispettati i requisiti dei sottoprodotti
La terra da scavo non è più rifiuto, a condizione che sia riutilizzata nel luogo di estrazione e che non sia contaminata. La norma facilita le valutazioni, superando le complesse procedure previste per i sottoprodotti.

I sottoprodotti
L’articolo 186 del testo unico Ambiente, modificato dal decreto legislativo di gennaio 2008, costituiva fino a oggi il riferimento principale per la disciplina delle terre e rocce da scavo e stabiliva un principio: le terre e rocce da scavo possono essere considerate sottoprodotti ed essere impiegate se si risponde ad alcune condizioni.
Per reimpiegarle l’impresa doveva individuare “preventivamente”, cioè in fase di progettazione, gli interventi da effettuare con la terra; doveva dare certezza dell’“integrale utilizzo” che andava garantito senza modificare lo stato delle terre con trattamenti mirati ad assicurare il rispetto dei requisiti di compatibilità ambientale; doveva garantire “un elevato livello di tutela ambientale” e accertarsi che il sito di provenienza non fosse contaminato; infine, doveva dimostrare che le caratteristiche della terra non andassero a danneggiare il sito di destinazione.
La terra, infine, andava impiegata entro un anno. In caso di progetti che prevedevano il riutilizzo nel medesimo sito di estrazione, il tempo si allungava a tre anni. Tutti questi requisiti andavano verificati in sede di valutazione di impatto ambientale, di rilascio del permesso di costruire o secondo le modalità della Dia. Se questi requisiti non venivano rispettati la terra e il materiale da scavo rientravano nella disciplina dei rifiuti, con tutti gli oneri annessi.

I costi di smaltimento
Nella pratica avveniva che, vista la complessità della procedura, le imprese spesso preferivano evitare le pastoie dell’amministrazione e delle parcelle dei professionisti, particolarmente onerose rispetto ai vincoli progettuali e di previsione e consideravano rifiuto anche ciò che di fatto non lo sarebbe stato, andando a comprare altrove la terra per interventi come giardino o rilevati. Insomma, della terra vergine e perfettamente riutilizzabile andava persa. Con dei costi notevoli per le imprese.
Anzitutto di tipo amministrativo. Ad esempio, in fase di trasporto andava compilato un formulario di identificazione dei rifiuti, che contenesse i principali riferimenti del materiale.
Ma soprattutto di tipo economico. Il costo di smaltimento puro, a causa del contributo regionale, che cambia a seconda delle zone, può variare di molto. Da noi nel Lazio, ad esempio, per smaltire la “terraccia”, che non contiene ghiaia, si spendono tra i 10 e i 12 euro a tonnellata. Una cifra che scende intorno ai 4/5 euro nella zona di Bergamo.
A questo va aggiunta la spesa di trasporto del materiale del cantiere. Una spesa che varia a seconda del costo del gasolio e della distanza da percorrere, ma che può essere davvero notevole, se pensiamo che spesso gli impianti di smaltimento sono pochi e difficili da raggiungere. Un camion, poi, porta mediamente circa 12 tonnellate di terra. Nel nostro cantiere-esempio, allora, per portare in giro la terra servirebbero qualcosa come 300 viaggi. La voce trasporto, allora, sarà almeno pari, se non più alta di quella dello smaltimento. Almeno altri 20mila euro: in totale arriviamo, con una stima prudente, a 40mila euro.

La terra non è rifiuto
L’articolo 20 del Dl anticrisi prende le mosse dalla direttiva rifiuti dello scorso novembre, che già non considerava rifiuti le terre e rocce da scavo non contaminate e riutilizzate nello stesso sito. Recependo di fatto quella previsione, il decreto prevede che non è considerato rifiuto il materiale da scavo a condizione che non sia contaminato e che venga impiegato nel medesimo luogo di estrazione.
La novità, di fatto, toglie queste ipotesi dalla complessa macchina disegnata dal testo unico Ambiente. Consentendo alle imprese, in molti di casi, di ottenere risparmi sostanziali, trasformando un costo in valore economico. Reimpiegare il materiale da scavo, infatti, significa anche non doversene procurare altrove.


Il testo dell'articolo mi è stato inviato dal collega Geologo Troncarelli di Viterbo.

Saluti




Sandro Cantoni

"...facciamo che noi due siamo i tre moschettieri?..." - (dialogo tra i miei due figli)

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