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Salve,
Per Michele Conti:
I valori dei limiti stupiscono anche me, specialmente dato l'elevata frazione argillosa; bisogna fidarsi del laboratorio che le ha eseguite.....
Il fatto di considerare solo il contributo della frazione fine nasce proprio dal fatto di non riuscire (almeno credo ed è questo il tema) a "conteggiare" il contributo della frazione grossolana, costituita da blocchi eterometrici di calcari marnosi; siamo ala limite tra matrice-sostenuto e granulo-sostenuto. Per quanto riguarda la scelta dell'analisi in condizioni drenate o non drenate ho sempre pensato che in pendii in terreni nelle zone adiacenti alle pareti di scavo si avessero delle variazioni negative o diminuzioni di u a causa dello scarico tensionale dovuto allo sbancamento; queste dimunzioni provocano richiamo d'acqua verso le pareti con rigonfiamenti rammollimenti ecc.; per questo la condizione più critica dovrebbe essere al termine del processo di filtrazione e quindi in condizioni drenate, almeno ho sempre visto così sui testi.

Per M-d-l

Eccoti accontentato con un pò di foto...
In effetti quando ho eseguito il sopralluogo sono rimasto un pò colpito dalla pendenza e dal fatto che il pendio non presentasse segni di instabilità (vedi nessuna lesione alla casa di circa 80 anni). I terreni in superficie sono asciutti; l'opera è stata eseguita più per scrupolo da parte del proprietario che per proplemi pregressi di smottamenti.
L'opera comprende anche un sistema di regimazione delle acque
Se dovessi giudicare dall'inclinazione del pendio ovviamente dovrei ipotizzare un elevato angolo di attrito associato ad un'altrettanta elevata coesione...ma provarlo è un'altra cosa

Immagini allegate
Varsi 001.jpg (134.8 KB, 68 download)
007.jpg (1.4 MB, 60 download)
001.jpg (1.11 MB, 51 download)
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probabilmente si tratta di una frana relitta con roccia molto vicina (a lato)
più che a un muro è un intervento da fare con spritz +rete + chiodi + dreni in modo da dare sostegno immediato o con travi appoggiate chiodate. l'intervento con muro lascerebbe possibilità di detensionarsi della parte a tergo che si "smollerebbe" a fette e lentamente spingendo sul riempimento granulare e quindi sul muro
a vederlo sembra stabile ma non mi fiderei a lasciarlo così


michele conti
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riguardo alle pubblicazioni che non avevo sottomano ed al tuo caso, ora più chiaro guardando le foto, si tratta di una tipica Bimrock
ti allego una delle tante pubblicazioni
http://www2.ing.unipi.it/iarg2006/05_Eventi/002_IARG/public_html/Bonini_Mariacristina.pdf
tu saresti nel caso del50%


michele conti
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michele conti
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Ringrazio Michele Conti per i links (quelli di questo post e tutti gli altri che costantemente condivide).

Ho trovato interessante l’argomento bimrock (block in matrix rock) e ho scaricato questa tesi molto recente:

Coli, Niccolò (2010) Metodi avanzati di indagine di ammassi rocciosi a blocchi in matrice (bimrock).

Altre informazioni e lavori specifici si trovano nel sito di Edmund Medley, che ha coniato il termine “bimrock”:

http://bimrocks.com/bimsite/papersarticles/

La tesi contiene una panoramica sul campo di ricerca ed è quindi utile per capire più in dettaglio di cosa si tratta. Esamina anche le correlazione tra i parametri di resistenza ricavati da prove di taglio in situ non standard (BimTest) e il contenuto volumetrico dei blocchi (VBC).

In merito all’argomento del thread, credo sia interessante la descrizione delle proprietà in base alle quali un ammasso formato da blocchi in matrice può essere classificato come bimrock [paragrafo 2.3 della tesi].
E’ fondamentale definire la soglia dimensionale blocchi/matrice rispetto alla scala del problema ingegneristico, quantificata empiricamente del parametro dimensione caratteristica (Lc). Stabilito il valore di Lc, si assume che la soglia blocchi/matrice sia pari al 5% di Lc.
Ad esempio, nell’analisi di stabilità di un pendio in frana, la dimensione significativa che rappresenta Lc può essere la profondità media della superficie di scivolamento. Posto che Lc sia uguale a 10 metri, la soglia matrice/blocchi sarebbe di 0.5 metri, vale a dire che sono considerati blocchi gli elementi con diametro massimo maggiore di 50 cm e matrice tutti gli altri.
L’ammasso si comporta coma una bimrock se la percentuale volumetrica dei blocchi (VBC) è compresa tra il 25% e il 75%. In questo caso la resistenza dell’ammasso può essere valutata sfruttando la proprietà d’invarianza scalare della distribuzione delle dimensioni dei blocchi. In pratica si analizza la correlazione tra i parametri di resistenza ricavati da prove geotecniche (standard o non standard) e il VBC dei campioni sottoposti a test (con Lc pari a una dimensione del campione).

La correlazione viene poi applicata misurando in sito il VBC dell’ammasso alla scala Lc del problema ingegneristico che si sta affrontando.

Certo non è un metodo sbrigativo! Credo che si possa applicare solo in progetti di una certa importanza, posto che ne valga la pena in rapporto all’estensione della bimrock.

Per percentuali inferiori al 25% l’ammasso ha lo stesso comportamento meccanico della matrice. Per valori di VCB maggiori del 75%, l’ammasso si comporta come una roccia molto fratturata.

Nel caso della scarpata di killermazz si può supporre che la dimensione caratteristica Lc sia di 5 metri, e che quindi la soglia blocchi/matrice si possa porre a 0.25 metri. Quindi, se il volume complessivo dei blocchi con dimensione superiore a 25 cm è compreso tra il 25% e il 75%, l’ammasso si comporterà come una bimrock.

D'altra parte, ammesso che il deposito non sia una bimrock, dalle foto sembra che comunque la frazione ghiaiosa sia abbondante, perciò si può supporre che dia ugualmente un contributo significativo alla resistenza dell’ammasso, come spiegato in quest’altro lavoro:

Effect of Gravel Content on the Shear Behavior of Sandy Soils

In conclusione, ai fini del calcolo della spinta attiva, in sito stimerei l’abbondanza della frazione ghiaiosa e se risultasse maggiore del 50% tratterei il terreno come puramente attritivo con un phi’ almeno il doppio di quello della matrice.


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Non sono perfettamente convinto sui criteri di definizione della soglia dimensionale critica nel caso di una superficie di rottura in pendio.

Perchè correlarla con la profondità e non con la dimensione della superficie?

E' intuitivo che, maggiore la dimensione della superficie, nmeno questa viene influenzata dai blocchi di una certa misura (la superficie attraversa più matrice che blocchi), per cui io adotterei l'area della superficie stessa come criterio di definizione della grandezza critica(o la lunghezza se ragioniamo in 1D).

A meno che si tratti di una correlazione di correlazione, ossia la profondità media sia un indice rappresentativo dell'area


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Originariamente inviato da: mccoy

Perchè correlarla con la profondità e non con la dimensione della superficie?


Credo che Medley dia questa indicazione perché nei lavori sui rapporti tra stabilità dei pendii e bimrock sono stati utilizzati metodi di analisi bidimensionale.

In ogni caso, la valutazione del VBC viene fatta “in economia” in 2D, utilizzando tecniche di analisi delle immagini o sulla superficie dell'affioramento, assumendo che la proporzione areale dei blocchi sia uguale a quella volumetrica. Quindi è necessario ricondurre la dimensione caratteristica ad una dimensione lineare che possa essere rilevata in due dimensioni.

In altri casi Medley suggerisce di porre Lc pari alla radice quadrata dell’area di interesse, per esempio l’area investigata nel caso di uno scavo.

L’argomento è trattato in:

Geopractitioner Approaches to Working with Antisocial Melanges

Characterization of Bimrocks (Rock-Soil Mixtures) With Application to Slope Stability Problems




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Aggiungo.

I blocchi oltre una data dimensione rendono tortuosa la superficie di scivolamento.
In pratica la superficie "si deforma" per passare intorno ai blocchi.
Ovviamente, per avere un effetto significativo sul coefficiente di sicurezza del pendio, le ondulazioni della superficie di scivolamento devono avere una certa ampiezza.

A me sembra che sia significativa solo la componente delle ondulazioni nel piano verticale, poiché è in rapporto con lo spessore del materiale che può mobilitarsi e con la lunghezza totale della superficie nella direzione di scivolamento.

Quindi credo che vada bene assumere per Lc lo spessore della frana o della potenziale frana.


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Io non trascurerei una analisi litologica del materiale, in quanto è vero che la granulometria ha la sua importanza, ma materiali come sembra dalle foto prettamente siltitico marnosi, a lungo termine sebbene di elevate dimensioni, tendono a disfarsi completamente, risultando quindi in condizioni di imbibizione totale praticamente dei limi argillosi marnosi.
Vi cito prove granulometriche con materiali 0/70 (mm)costituiti da siltiti marnose tenuti in acqua per 2 ore danno % di passante al setaccio 0.063mm del 3-5%, mentre tenuti in acqua 12-16 ore danno passanti allo stesso del 35-50%!!!


Impara l'arte e mettila da parte!
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se dai un'occhiata alle analisi di lab noterai che l'umiditò w pur con una esposizione prolungata della paretina è del 22% circa vicina al limite plastico quindi si dovrebbe trovare in situazione di prolungata discgregazione, qullo che parla è poi l'inclinazione della scarpata che da un'idea della resistenza al taglio disponibile che è abbastanza alta . A volte l'eccedere in assunzioni troppo conservative (visto che la parete "stà su" da diverso tempo) potrebbe essere controproducente ed essere una "cattiva" interpretazione del dato.
come dicevo precedetemente il muro di sostegno oltre che costosissimo potrebbe portare a lungo termine ad un evolversi negativo della situazione mancando il contrasto immediato e permettendo la possibilità di infiltrazione a tergo.


michele conti
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