Caro Anticlinale, prendo atto della tua risposta, piacevolmente (per me) articolata e senza eccessi. Il problema ha più facce; posso concordare su alcune cose che dite tu e Scaglioni, ma non credo nella possibilità di risolvere le questioni sociali sempre partendo da un'ipotetico inizio da cui poi, in realtà, non si parte mai. Cambiare le mentalità (le nostre comprese) è un processo lungo; nel frattempo proviamo a discutere soluzioni parziali che magari, alla fine, comporranno un quadro generale. Il ricorso sistematico agli stage anche all'estero suggerisce che, in nessuna realtà, il sistema di formazione universitario riesce a farsi carico di tutta la formazione stessa dalla base su su fino a rendere una persona già perfettamente adatta al lavoro, per una molteplicità di ragioni, anche comprensibili, che non c'è spazio per discutere qui. Gli studi professionali o le aziende sono una risorsa di formazione preziosa; si tratta di valorizzarla senza giocare allo scaricabarile e, permettetemi, ritengo più corretto vedere la proposta e poi discutere. Si possono calibrare in modo ottimale i tempi, costruire sistemi di incentivi per gli studi anche diversi dal finanziamento diretto, fornire assistenza e controllare la qualità e così via. Lo scopo finale dovrebbe essere quello di alleare costruttivamente, come già si fa in altri campi, Università e mondo del lavoro a beneficio di tutti. Si può fare un riforma buona o una riforma cattiva; con una riforma buona io, personalmente, sarei disposto a contribuire alla formazione a beneficio degli studenti e di miei futuri colleghi. Con una riforma cattiva, scaricabarile, costrittiva e quant'altro no. Dicendo no a priori non seghiamo le gambe all'Università, ma a quanti - oggi studenti - ci seguiranno; dicendo sì, ne possiamo almeno discutere, prospettiamo una possibilità in più. Poi, magari con le baionette - metaforicamente - e chidendo corrispettivi contribuiamo a una buona riforma o affossiamola, ma in quest'ultimo caso non perché pretendiamo prima di risolvere la questione di Adamo ed Eva o perché siamo ancora incazzati con il barone di turno (del quale, alla fine e nonostante tutto, non mi frega proprio niente).