Da alcuni giorni erano iniziati i lavori di trivellazione sulla base di un mio progetto esecutivo per la captazione di una sorgente tramite la realizzazione di dreni sub-orizzontali posti a quota più bassa del vecchio bottino di presa quando arrivò la prima telefonata:
“dottò siamo arrivati a quota ma non esce acqua”
Notte in bianco a rivedere e ripensare lo schema idrogeologico.
Il giorno successivo arrivò la seconda telefonata:
“dottò abbiamo trovato la falda, sta uscendo un mare d’acqua”.
Non feci in tempo a scolarmi la bottiglia di whisky che tengo sempre allo studio per affrontare le emergenze con lucidità e sangue freddo che arrivò la terza telefonata:
“dottò come lo chiudiamo il dreno?”
Si erano dimenticati di cementare un tubo di rivestimento esterno flangiato per l’apposizione di una saracinesca (Punto 1 del capitolato speciale di appalto). A quel punto capii che il dissesto ambientale con la depauperazione dell’acquifero e l’allagamento delle aree a valle del dreno era incombente e mi precipitai sul cantiere. L’acqua continuava ad uscire, la portata della sorgente che dovevo potenziare stava diminuendo a vista d’occhio. Le abitazioni della frazione a valle iniziavano ad essere quasi completamente allagate. Poiché non si riusciva a chiudere il dreno operando dal boccaforo si decise di intercettare il foro più a monte eseguendo una trincea con un escavatore. L’idea era quella di apporre una lastra metallica sul lato di monte della trincea a chiusura del foro. L’escavatore effettivamente intercettò il dreno e la trincea si riempì d’acqua non permettendo l’individuazione dell’esatta posizione del foro. Giustamente nessun operaio volle calarsi nella trincea. A quel punto una scena che resterà impressa per sempre nella mia memoria: il proprietario dell’impresa, venuto di corsa sul cantiere con il vestito e la cravatta (stava partecipando ad una riunione in ufficio), salì sulla benna dell’escavatore e si fece calare all’interno della trincea fino ad essere quasi completamente sommerso. Tastando la parete dello scavo utilizzando il piede con il mocassino firmato (non si vedeva niente in quanto l’acqua era torbida e stava facendo buio) individuò il punto di fuoriuscita dell’acqua. Successivamente fu calata la lastra metallica e tramite la pressione della benna la si appose sul foro.
L’acqua cessò di fuoriuscire.
Il tempo di tirare tutti un sospiro di sollievo e si iniziò a notare un lento ma progressivo rigonfiamento di tutta la parete di monte della trincea. La pressione dell’acqua stava per far esplodere la parete della trincea, la lastra metallica stava per partire, il disastro stava per realizzarsi.
Si liberò immediatamente il foro e l’acqua riprese ad uscire copiosa ma senza più spingere sulla parete. A questo punto si iniziò a riempire la trincea riversando dentro materiale argilloso cercando di costiparlo con la benna dell’escavatore e, fortunatamente, si riuscì così ad interrompere il flusso dell’acqua. L’argilla aveva funzionato da tampone impermeabile. Successivamente si perfezionò l’intervento di impermeabilizzazione tramite iniezioni di cemento e bentonite. Se fosse stata una pubblicità a questo punto sarebbe uscita la frase “è stato difficile ma ce l’abbiamo fatta”. Purtroppo era la realtà e la cosa non si è conclusa con il bicchierino di amaro ma con licenziamenti e richieste di risarcimento. Una piccola dimenticanza da parte dell’impresa aveva provocato ingenti danni. Un consiglio a tutti i colleghi: prima di bucare un acquifero accertatevi che siano state predisposte le attrezzature per poter sempre eseguire un’immediata chiusura del dreno.
(Cantiere per il potenziamento dell’acquedotto comunale di Fornelli in Provincia di Isernia)
n.b. Mi piacerebbe leggere di storie e vicissitudini di altri colleghi. Aspetto con curiosità.