Riposto qui, integralmente, il chiarissimo messaggio di Angelo Scotti:
Allo stato delle attuali norme chi dichiara di non attenersi al minimo tariffario si autodenucia e rischia il deferimento all’ordine. E qualcuno più realista del re probabilmente lo si trova. Quindi bene ha fatto il moderatore a cancellare i generosi ma imprudenti interventi. Il problema però resta, ed è una delle cose più delicate delle quali discutere.
Ora coesistono due condizioni antitetiche. La prima è formata da un mercato “protetto dallo Stato ad accesso limitato” dove le uniche variabili significative sono costituite dalle norme che obbligano ad acquisire la prestazione solo dal “professionista – concessionario pubblico”.
La seconda dal mercato, che offre un compenso in qualche modo proporzionato alla prestazione fornita, o meglio all’utilità che l’acquirente presume che questa abbia nel compimento dell’opera, giusta o sbagliata che sia tale valutazione.
Di questo bisogna parlare perché mi pare ipocrita negare la predominanza nel mondo reale delle condizioni “di mercato”, ed attribuire al tariffario il ruolo salvifico di garante della corretta remunerazione del professionista e contemporaneamente dell’elevata qualità della prestazione. Ricordo che il tariffario non è istituito nell’interesse del professionista, ma a garanzia del cliente, che pagando un corrispettivo elevato si assicura contemporaneamente l’onestà intellettuale e l’elevata qualità specialistica della prestazione. Garantisce l’Ordine. Ci vogliamo credere? Non sono sufficienti le cronache degli ultimi 20 anni a far dubitare dell’efficacia degli organi di controllo?
Aggiungo che a mio parere il tariffario, per la sua natura formale, è inadatto a cogliere l’essenza della prestazione professionale, il cui contenuto reale è dato da dettagli difficili da cogliere, dall’attenzione a particolari poco evidenti ma di rilevanti conseguenze tecniche ed economiche.
Evidentemente propendo per lasciare la questione al mercato, che almeno nel nostro caso non è costituito da povera gente incompetente (come accade nel rapporto del cittadino con i notai, i medici, gli avvocati, ma anche con le banche, i grandi enti etc.), ma da studi di progettazione, imprese di costruzione ed enti pubblici che hanno capitali e capacità di discernimento.
Altro discorso è chiedersi perché ancora buona parte degli operatori ritengano solo un dispendio di soldi l’indagine sui terreni. Ma, appunto, è un altro discorso.
Mi fermo qua per non farla troppo lunga.