Dopo un rapido esame di tutte le risposte che mi venivano in mente, e che venivano subito scartate per evidente inconsistenza, mi vien da dire:

la scala del fenomeno.

Infatti, gli strati possono essere il risultato di:

- cambi netti nell'apporto di sedimenti -> anche le lamine, v. es. varve

- pause nella sedimentazione, quindi presenza di una qualche ritmicità. Anche le lamine, v. es. ritmiti

- espressione di una ciclicità nella variazione di sedimenti, ad esempio da più grossolani a più fini verso l'alto, come nelle tobiditi -> anche le lamine, anzi, spesso si nota che nel dettaglio ciascun orizzonte "gradato" sviluppa a sua volta all'interno livelletti gradati via via più fini.

D'altra parte, quando questi cambi nell'apporto dei sedimenti, o nella loro granulometria o nella loro organizzazione interna, avvengono su spessori nettamente maggiori, tendiamo a parlare di "bancatura" anziché stratificazione.

Un calcare o una dolomia possono essere in strati oppure in banchi, anche plurimetrici.
Di contro, le argilliti spesso sono laminate.
E' evidente, in questo caso, che faccio differenza sulla base dello spessore dei livelli (condizionato a sua volta dalla granulometria e dai fenomeni in atto, però non ne sto tenendo conto, in questo caso).

Quindi, sono giunta alla conclusione che si tratti solo di un fattore di scala:
spessore dei livelli, cioè durata dell'intervallo di sedimentazione, cioè velocità di sedimentazione, quindi ambiente, processi sedimentari, granulometria etc. etc.
Mi sembra vadano di pari passo.

Gli strati esprimono un fenomeno più in grande, le lamine più in piccolo.