Grazie della risposta.
Lo scopo dei coefficienti correttivi è chiaramente l'aumento del margine di sicurezza, solo che a furia di cautelarsi si corre il rischio di incappare in paradossi (trattare una ghiaia alla stregua di una sabbia, quando non un limo sabbioso) che, nella pratica, conducono a probabili sovradimensionamenti; col paradosso nel paradosso di venir meno allo scopo della tecnica che, in fondo, consiste nell'aumento dell'efficienza, anche economica (non è reato!).
Tanto varrebbe (esagerando) costruire come gli antichi, un bel fattore di sicurezza 30 e via, tutti sicuri.
Il mio problema pratico consiste in una ghiaia limosa che da prova di taglio diretto sul passante al 10 (30%), ossia sulla matrice di sabbia limosa, da phi di picco 42° e residuo di 40°.
Un'elaborazione statistica con metodo di Schneider sulla prove SPT conduce a un valore di phi di picco di 45° e a volume costante CV (metodo di Horvath) di 38°.
Ora, in generale phi CV è il valore di phi idoneo alla verifica di stabilità globale di un rilevato (grandi deformazioni e rottura progressiva), e quello da me calcolato è congruo per una ghiaia. Per cui come tale l'ho voluto utilizzare nelle verfiche ricorrendo a uno "stratagemma": phi picco = 45° = valore caratteristico, valore di progetto = arctan(phi picco)/1.25 = 38,7° = (all'incirca) phi CV (38°).
Da qui la contestazione che mi è stata fatta.
Resto però della mia idea, perchè altrimenti se valore caratteristico = phi CV il valore di progetto scende a 32°, secondo me troppo penalizzante per una ghiaia (che, per inciso, ha densità relativa media del 60%).
Mi sembra assurdo adottare il valore di 32° come valore
il valore per una ghiaia i - sempre di phi di picco - di