vorrei solo porre un quesito pratico che prescinde dalla teoria.

taglio diretto su argille varicolori scagliettate ........spesso la resistenza di picco è inferiore al residuo ..... per via dell'errata direzione di taglio (cioè il taglio viene fatto in favore delle scaglie).....


perché “errata direzione?” Rispetto a cosa dovrebbe essere errata? Chi ti dice che un movimento franoso non inneschi una isorientazione delle scaglie? E poi sei nella situazione più sfavorevole non trovi?

In ogni caso, quando si programma una campagna di analisi di laboratorio, non si deve trascurare l’effetto scala.

Talvolta infatti capita che qualcuno dimentichi che il taglio diretto va effettuato in scatole di taglio 60X60mm, quindi il litotipo testato deve essere passante al setaccio ASTM 10 (2mm): prova a fare un taglio su argille scagliettate con una scatola 100X100mm e poi mi saprai dire o, meglio, utilizza una scatola di taglio anulare e vedrai che forse i risultati magari cambiano…


perchè i lab si ostinano a fare ancora questa prova su questi materiali????


Forse trascuri un piccolo particolare: i laboratorio non si ostinano a fare…sono i committenti che si ostinano a chiedere. Tieni sempre presente che il laboratorio è un mero esecutore ed, in fin dei conti se chi lo gestisce è una persona seria, non entra nel merito dell’attendibilità dei risultati delle prove.


questioni di risparmio? ok ci sto ma i risultati?????


Non è solo una questione di risparmio: niente di personale, chiaramente, ma spesso è solo questione di ignoranza, nel senso proprio del termine, naturalmente.
Mi è capitato di notare infatti che qualcuno ignori che le argille scagliettate, per esempio, possono rientrare nella categoria delle “weak rocks” , quella categoria di rocce, cioè, che hanno parzialmente perso le caratteristiche di deposito terrigeno e sono simili ad un “ammasso roccioso complesso”; l’approccio geotecnico a tali litotipi ti assicuro che è molto diverso da quello di un terrigeno.

In ogni caso tieni sempre presente che non è scritto da nessuna parte che devi per forza fare analisi e prove di laboratorio. Anzi sono convinto che in molti casi un buon rilievo e dei buoni sondaggi corredati da idonee prove in situ, diano risultati più attendibili.

Spesso in questo forum leggo di persone che cercano formule astruse, correlazioni empiriche fantascientifiche, ma quello che è più grave che tentano di entrare in un settore che non è di propria competenza: bisogna sempre tenere presente che appena nel sistema “terreno” entra a far parte un elemento costruttivo, tutto diventa competenza degli ingegneri ed è giusto che sia così: chi non è d’accordo ha sbagliato: doveva scriversi in ingegneria.

Non voglio fare il “grande”, ma forse qualcuno non ha più tanto presente il proprio ruolo, che è quello di ricostruire un modello attendibile, basandosi sull’analisi di elementi litostratigrafici e geotecnici, limitati ed elementari, basando lo studio sulle proprie conoscenze della storia geologica del deposito, ricordandosi sempre che nel caratterizzare geotecnicamente un litotipo ci affidiamo, quasi sempre, a pochissime variabili rispetto a quelle che sono le reali variabili del “sistema natura”, quindi la necessità di esemplificare il tutto porterà sicuramente a commettere degli errori.

Credo che la percentuale d’errore potrebbe essere minimizzata cercando di caratterizzare un deposito partendo da valutazioni qualitative, a cui poi associare elementi quantitativi, cioè i “numeri” di cui hanno bisogno gli ingegneri per progettare.

Ecco perché mi viene da sorridere quando leggo “faccio questo, piuttosto che quello” via internet: cosa fare lo puoi sapere solo tu che sai le caratteristiche geologiche del deposito (perché conosci la geologia del sito, perché hai fatto sopralluoghi, perché hai toccato con mano le carote e magari ti sei “sporcato” le mani toccandole ) che stai analizzando e l’influenza che su tale deposito può apportare un agente esterno.

Dobbiamo sempre ricordare che il geologo è chiamato per valutare un elemento puntuale (una carota da 100mm, un campione da 40cm, una prospezione geofisica da 25m) e prendersi la responsabilità di assumere quell’elemento per l’intero deposito (o parte di esso)


E con queste note rispondo pure a te, collega Cloud, che nel tuo intervento dimostri di aver sicuramente capito l’approccio alla materia (almeno per quelle che sono le mie conoscenze, visto che non mi considero un “esperto”), anche se non ho ben capito che delucidazioni vuoi.

Mi parli di terreni sabbiosi ed argillosi, saturi piuttosto che no, ma il “problema” non sta nel saturo o nell’argilloso.

Il “problema” va sempre visto come un caso specifico da analizzare, in termini tecnici ed economici.

Il terreno non saturo oggi, potrà essere saturo domani e viceversa, per mutate condizioni al contorno, quindi una prova piuttosto che un’altra va prevista in funzione del tuo caso specifico.

Voglio dire che una prova di taglio, sulla carta, ti da gli stessi “numeri” della prova triassiale CD: sta a te capire “cosa” ti interessa sapere da quel campione che hai prelevato e questo non lo trovi su nessun libro ed in nessun forum, dipende solo ed esclusivamente da te, dalle tue conoscenze, indubbiamente dall’esperienza ed anche dalla tua “fantasia”, che non è inventarsi le cose, ma prescindere “dall’uso e consuetudine” ed affrontare il lavoro con un approccio proprio, cercando di essere sempre propositivi e scommettendo su se stessi , che bada bene, non significa essere per forza “originali”, ma solo essere coscienti di lavorare bene.