Ho avuto la fortuna e l'onore di poter lavorare ad Asti (soprattutto) ed Alessandria, dopo l'alluvione del 1994, e ascoltare i racconti di gente che ha perso tutto compreso i propri familiari.
Ma anche un grande senso di disagio nel non poter dire (spesso) per quale struttura lavoravo, per quanto alto era il senso di sfiducia e rabbia nei confronti delle istituzioni da parte della popolazione colpita. Successivamente, quando ormai ero andato via, in seguito alla storica piena del Po nel 2000, è intervenuta la magistratura di Torino che in pochi giorni mise dentro circa un 18 dipendenti tra funzionari e dirigenti (tra cui il mio).
Ricordo anche di colleghi accolti con l'auto dell'ufficio a pomodorate e insulti.
Vi garantisco che non sono belle sensazioni, perché a fronte di tanti tecnici preparati e seri che lavorano e si sentono gratificati anche per il ruolo sociale che svolgono e si vorrebbero sentire orgogliosi della istituzione in cui lavorano, vi sono persone che non si curano di ciò e a cui viene lasciato fare di tutto e quindi anche distruggere queste strutture.
Con questo vorrei quasi giustificarmi nei confronti di Roberto Pizzi o di altri che lavorano al Dipartimento o in altre strutture di Protezione Civile e chiedo di essere capito se a volte insisto nel mettere in evidenza certe anomalie in maniera forse un po' polemica, ma ho sempre creduto che chi opera in tali campi si deve impegnare al massimo affinché ci sia più trasparenza possibile e non dia modo agli altri di dubitare sull'operato di tante persone, che con serietà e quasi spirito di missione, si dedicano in questo poco considerato settore cioè la PROTEZIONE CIVILE.

Ciao e buon lavoro da Alessandro