SEcondo me, una volta che si ha a disposizione un modello idrogeologico, per quanto semplificato, dove si può seguire la geometria dell'interfaccia a partire dalla linea di costa sino al pozzo in questione, affiancata da dati piezometrici locali, si può stimare ragionevolmente lo spessore di acquifero dolce che galleggia sul cuneo. Poi sulla base della portata specifica del pozzo, si possono fare delle ipotesi su quale possa essere la massima portata estraibile.
In caso di lavori di una ceta importanza si potrebbe proporre un bel monitoraggio, con ripetizione di misure lungo il medesimo profilo tomografico, ad intervalli ad esempio di qualche ora, mentre il pozzo sta emungendo: sulla base delle sole differenze di resistivià apparente è molto probabile che si riesca a seguire in tempo reale l'ingressione marina. Pensate che con questa tecnica ho monitorato la filtrazione di acque meteoriche, che hanno un contrasto di resistivià di gran lunga inferiore a quella delle acque marine e quindi più ostiche da risolvere (su
www.stega.it/pubblicazioni.asp potete scaricarvi l'articolo che ho scritto per Acque Sotterranee: "La geofisica strumento di monioraggio ambientale").