L'amico Scaglioni mi è conmpagno nell'età anagrafica, nella lunga attività professionale e nelle antiche battaglie per l'affermazione della Categoria quando nelle riunioni, convegni e congressi discutevamo sul "ruolo dei Geologi nel contesto socio-econmico del Paese".
Il tema era ricorrente e sempre era proposto con circostanziate denunce che i tragici eventi che periodicamente, ad ogni inizio della stagione autunnale, si abbattevano sulle città e sulle campagne provocando lutti e danni patrimoniali, erano da ascriversi alla miopia della classe politica.
L'opinione pubblica era perfettamente consapevole, suo malgrado, della fragilità del territorio italiano ma tuttavia altrettanto inerme davanti al pressappochismo dei politici che invariabilmente si presentavano sul luogo dei disastri mostrando incolmabile cordoglio e promettendo che mai più si sarebbero dovuti lamentare perdite umane e danni patrimoniali.
La nostra Categoria ha sempre fatto la sua parte nell'opera di sensibilizzazione verso i rischi geologici e la salvaguardia del territorio nazionale ma gli appelli non hanno mai trovato adeguata attenzione nel mondo politico che era, al contrario, più interessato a dispensare contributi per mero tornaconto elettorale e clientelare. E il vizio non si è ancora perduto.
Nel 1979 scrissi un articolo, pubblicato sulla rivista L'Ingegnere (edita dall'ANIAI), titolato "Il ruolo della Geologia nella pianificazione territoriale". Nella premessa citavo gli eventi calamitosi che avevano alluvionato l'anno precedente la Val d'Ossola e dove perirono 18 persone e tantissimi furono i feriti olte a ingentissimi danni alle abitazioni, alla rete viaria e ferroviaria, alle colture agrarie. Solo in termini di soldi i danni furono preventivamente stimati in 100 miliardi di lire e non si è mai saputo il conto finale.
Non dimenticavo, poi, le frane e le alluvioni di Genova, le piene dell'Arno e l'alluvione di Firenze, il Polesine, la Calabria, le frane di Agrigento, i crolli di Napoli e la tragedia del Vajont (che mi vide come militare nell'opera di soccorso).
Dopo l'alluvione di Firenze del 1996 il Parlamento insediò la Commissione Interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo (la c.d. Commissione De Marchi) che elaboro un'accurata e dettagliata analisi delle componenti fisico-antopiche formulando, nelle conclusioni, i criteri per l'adeguamento delle strutture tecnico-amministrative, l'aggiornamento della legislazione sulle opere idrauliche, lo snellimento delle procedure. Cosa oltremodo importante veniva preventivato un impegno di quasi 10.000 miliardi di lire (con valuta al dicembre 1969) da spendere nei successi trentanni. Inutile dire che in sede politica la Relazione De Marchi non ha partorito niente di quanto atteso.
Quel mio articolo, datato 30 anni addetro, potrei oggi riproporlo integralmente tanto il qudro generale è rimasto inalterato!
Nel così lungo periodo da quando sono impegnato nei problemi della nostra Categoria mi capita spesso di appurare che non sono tanto i cittadini ad avere scarsa cultura geologica quanto, invece, è la classe politica ad essere culturalmente incolta, arrogante e presuntuosa, tetragona alle innovazioni e ai moniti che provengono dal mondo tecnico-scientifico e professionale che rappresenta, pur sempre, la classe pensante del Paese.
Andrea Maniscalco