|
|
Iscritto: Jan 2007
Posts: 408
Member
|
OP
Member
Iscritto: Jan 2007
Posts: 408 |
Massimo, non so se il mio modo di agire è stato codificato. Discutendo con un mio collega ingegnere minerario ed ex funzionario cave è saltato fuori che lui non avrebbe mai accettato un'analisi di stabilità basata sul phi residuo, principalmente per il fatto che il fronte di una cava è qualcosa di "provvisorio", una parete in evoluzione per così dire. Altra cosa è trattare invece i vecchi fronti da recuperare dove l'angolo da considerare deve probabilmente (ma è vero poi?) essere approssimato a quello residuo. Del resto dici bene che se in fase di scavo uso ques'ultimo addio attività di cava, soprattutto in argilla. Certo che tra l'angolo di picco e quello residuo c'è lo stesso spazio d'azione che si ha -in termini di classificazione- tra la marna e l'argillite o tra la marna ed il calcare.
Per e_geo: per la parte corticale detensionata dell'ammasso andrei molto cauto col fenomeno della dilatanza, perchè è vero che l'effetto di "ingranamento" delle asperità contribuisce ad aumentare la resistenza al taglio, ma il fenomeno funziona solo se la dilatanza stessa è impedita dalle condizioni al contorno. Di fatto con tensioni normali molto piccole il criterio di Barton non funziona, diventa come il classico cane che si mangia la coda. E basta guardare il fronte dopo la volata, i blocchi removibili stanno assieme più per un effetto d'incastro (key blocks) che per mobilizzazione di un phi maggiorato dalla dilatanza. Per questo per la parte corticale io ho impiegato un mezzo di verifica diverso dalla soluzione di Barton e considerando un phi residuo. Sul fatto poi di non eseguire proprio del tutto la verifica e rimandare alla relazione generale posso essere d'accordo con te. Il funzionario avrebbe poco da ridire. Ma è interessante parlarne tra di noi operatori.
|
|
|
Link Copiato negli Appunti