PS: per agi. A quel convegno c'ero anch'io :-)) Ultima fila in fondo e sonnecchiavo del più e del meno però una cosa l'ho colta e devo purtroppo "correggerti": in realtà non si parlava di "sovrastima" dei parametri a mezzo prove penetrometriche ma di sottostima a mezzo delle analisi di laboratorio che per forza di cose agiscono su campioni di dimensioni ridotte, non possono tener contro dell'effetto scala e operano (soprattutto per i terreni sciolti) su materiali "ricostruiti". "sonnecchiante" ;-)
ciao Luigi.....metà sala sulla destra guardando il relatore!
Forse non mi sono espresso bene o ci riferiamo a due concetti diversi. Mi riferisco ad una considerazione finale fatta dal relatore riguardo il confronto tra risultati di laboratorio e da prove in sito riguardo medesime verticali di prova.
Tale confronto, mi sembra di ricordare, ha evidenziato valori dei parametri geotecnici maggiori con le prove in situ che non da prove di laboratorio (o il contrario?...dai il relatore mi perdonerà

... ho sonnecchiato anche io alcuni momenti). Ma non è questo il punto! Esiste cioè una distanza tra i valori di laboratorio e i valori da prove in sito. La domanda è: come è più "conveniente" procedere da un punto di vista tecnico?
Premesso che non c'è nessuna propensione riguardo il tipo d'indagine da effettuare se non quella dettata dal ritenerle più o meno opportune a seconda del caso e della disponbilità economica del committente. L'elemento che cerco di evidenziare è che in un set di dati le prove di laboratorio, meno numerose rispetto a quelli desumibili da penetrometrie, potrebbero fornire valori meno rappresentativi di quelli caratteristici (il 5° percentile definisce di solito il valore caratteristico).
Quindi l'unico vantaggio che sembrano mostrare le penetrometrie (prove continue) rispetto alle analisi di laboratorio (discrete) è rappresentato dal numero di dati trattabili statisticamente e quindi in grado di attribuire maggiore "affidabilità" al risultato finale.
saluti, agi