Ciao gibbo
Naturalmente quello delle mangrovie era solo un esempio della distruzione dell’ecosistema costiero (ma anche barriere coralline, dune costiere, ecc.) in quella zona (e non solo) da parte dell’uomo. Ciò non vuol dire che non ci siano state delle vittime, ma in proporzione sono state certamente di molto inferiori al resto dell’area colpita. Wikipedia parla di economia e di presenza di stranieri e quindi si presuppone un intervento antropico sull’ambiente per scopi turistici. Io parlavo di quei pochi lembi di terre (nello Sri Lanka, Andamane, ecc.) non ancora “utilizzati” dal turismo in cui vivono tribù che vivono solo di ciò che riescono a trarre dalla natura. Ma già in zone antropizzate dove l’intervento sugli ecosistemi costieri non è stato pesante vi sono stati minori danni. Come esempio ti riporto di seguito alcuni brani (non immagini) trovati in rete le cui fonti sono Le Scienze, WWF ed APAT (i primi che mi sono capitati a tiro nella ricerca):

Dopo il disastroso tsunami che ha colpito il sud-est asiatico nel dicembre 2004, facendo oltre 250 mila vittime, gli scienziati e i politici stanno cercando di capire come sarebbe stato possibile ridurre il numero dei decessi e, cosa ancora più importante, come si potranno evitare danni così gravi se si verificasse nuovamente una catastrofe simile. In un articolo pubblicato sul numero del 21 giugno 2005 della rivista “Current Biology”, un gruppo di ricercatori dell'Università Libera di Bruxelles (Belgio), dell'Università di Ruhuna (Sri Lanka), del Kenya Marine and Fisheries Research Institute (Kenya) e dell'Institut Français de Pondichéry (India) riferisce alcune scoperte su come gli ecosistemi delle mangrovie potrebbero aver influenzato l'impatto del maremoto sulle comunità costiere. È noto che le foreste di mangrovie possono fornire qualche protezione da eventi oceanici distruttivi come i maremoti e i molto più frequenti cicloni tropicali. Purtroppo questa loro funzione viene raramente presa in considerazione. L'interferenza politica ed economica, sulla base di benefici a breve termine, è responsabile della distruzione di migliaia di ettari di foreste di mangrovie (per esempio nell'Africa orientale, sul subcontinente indiano e a Banda Aceh, in Indonesia), causando una perdita della “diga” naturale e protettiva oltre che degli altri servizi che le mangrovie forniscono alle economie e agli ecosistemi locali. Nell'articolo, gli autori hanno studiato l'impatto dello tsunami in 24 differenti luoghi dello Sri Lanka, confrontandone gli effetti con la dimensione, la storia e la qualità delle mangrovie locali. I risultati dimostrano che la presenza di mangrovie ha offerto protezione contro lo tsunami, ma che la degradazione degli ecosistemi causata dall'intervento umano è stata sufficiente a modificare l'impatto sui danni inflitti dal maremoto alle zone costiere.
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Le foreste costiere di mangrovie hanno riportato danni molto ridotti dall'ondata di maremoto che ha stravolto la geografia delle coste dell'Oceano indiano. A riportarlo, Gianfranco Bologna, segretario generale del Wwf Italia. Nell'area colpita dallo tsunami, dall'Indonesia alla Thailandia fino alle Sunderbars, si trova il 42% delle foreste di mangrovia", una specie costiera che affonda le sue radici sotto il livello del mare e che crea uno specifico ecosistema. "Si tratta dell'ambiente piu' minacciato dal turismo di spiaggia, in quell'area del mondo - spiega Bologna - ma la' dove, come nelle Sundarbans, al delta del Gange, la foresta si e' mantenuta, i danni dello tsunami quasi non si vedono. In sostanza, gli alberi sono rimasti in piedi, e la forza d'urto dell'onda non ha stravolto l'ambiente". In sostanza, quindi, le foreste costiere avrebbero fatto da cuscinetto, da cassa di esondazione non solo delle maree naturali, ma anche della violenta onda d'urto che ha spazzato le coste dell'oceano indiano il 26 dicembre scorso.
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Una valutazione preliminare rivela un danno esteso e disomogeneo a carico degli ecosistemi costieri, che per primi hanno opposto resistenza e difeso l'entroterra dallo tsunami (barriera corallina, foreste di mangrovie, dune). I dati raccolti in Sri Lanka dimostrano l'importanza di preservare (e ripristinare) il più possibile gli ecosistemi costieri: il Parco Nazionale di Bendala è stato quasi completamente risparmiato dall'onda anomala grazie alla vegetazione costiera e alle dune che hanno trattenuto lo tsunami, i cui effetti distruttivi hanno riguardato unicamente le zone in cui le dune erano interrotte dalla foce di un fiume. I danni più consistenti in Sri Lanka, in effetti, si sono verificati laddove la barriera corallina era stata danneggiata negli anni passati.


per Alex
sono pienamente d’accordo con te. Oramai con le tecnologie di cui l’uomo dispone i maremoti al pari degli uragani e di altri fenomeni “violenti”, sono eventi naturali che possono essere “mitigati” attraverso sistemi di allertamento e non dico che si possa evitare di fare la conta delle vittime, ma quantomeno se ne può ridurre drasticamente il numero. Però c’è da dire che l’aspetto della tutela degli ecosistemi costieri debba avere un ruolo principale in particolare ove vanno a costituire un elemento di mitigazione di fenomeni naturali che pur di elevata energia potrebbero risultare non eccessivamente distruttivi o addirittura devastanti.
Complimenti bell'intervento sul sito di Repubblica


L'intenzione supera l'azione