Riporto quello che ho trovato in rete riguardo un intervento del Prof. Canuti (Unifi)se qualcuno ha qualcosa di più completo si faccia avanti.
Propongo questa base per ragionarci sopra, ...
Dal quotidiano gratuito DNews del 7 ottobre 2009
COSÌ NEL 2001 FRANÒ LA PREVENZIONE
di Paola Pentimella Testa
Prevenire meglio che curare? Non quando si parla di catastrofi. O almeno questa è la scelta strategica attuata dalla Protezione Civile già dal 2001quando al Gruppo catastrofi, task force specializzata tra l’altro nella “previsione e prevenzione di eventi franosi” sono stati di fatto tolti i finanziamenti.«E forse la tragedia di Messina si sarebbe potuta evitare». A dirlo però non è il politico di turno ma il professore Paolo Canuti, docente di Geologia applicata dell’Università di Firenze e coordinatore nazionale dall’85 della Linea di ricerca “Previsione e prevenzione di eventi franosi a grande rischio” del Gruppo difesa del CNR. Un gruppo finanziato dalla Protezione Civile con convenzioni triennali fino al 2001.
La svolta dal 2001
Dal 2001 però la Protezione Civile ha deciso di cambiare pelle: dalla prevenzione delle calamità a gestore di appalti legati anche ai grandi eventi. Una «chiara scelta politica», spiega Canuti che di fatto ha bloccato l’attività del Gruppo catastrofi, che «esiste ancora ma che senza finanziamenti è solo un morto che cammina». Da otto anni dunque, nessuno per conto della Protezione Civile studia come prevenire i danni degli eventi catastrofici. Ora si preferisce limitare l’intervento con il monitoraggio quando c’è un allarme. «Ma questo – spiega Canuti – non garantisce purtroppo un intervento tempestivo». Un’accusa forte, che spiega molte cose. Anche quanto successo in Abruzzo il 6 aprile scorso. Nonostante il susseguirsi e l’intensificarsi delle scosse, la Protezione Civile in allerta si è mossa solo dopo la scossa che ha fatto più di 200 morti. È vero, i terremoti non si possono prevedere. «Ma le frane generalmente si ripetono nella stessa area», insiste Canuti. «È difficile conoscere esattamente quando, ma alla prima pioggia abbondante il pericolo diventa concreto. Come a Giampilieri. Che si è fatto lì? La Protezione Civile, dopo il fango e i morti, ha detto candidamente: era previsto che le frane si verificassero ancora».
Controllo del territorio
Come funzionava e come era composto il Gruppo disastri? Era diviso in quattro sottogruppi, uno dei quali dedicato alle frane, sotto la responsabilità di Canuti. A sua volta il sottogruppo era suddiviso in 60 unità operative distribuite sul territorio nazionale che «avevano il compito non solo di studiare il territorio, e quindi di fare previsione», ma anche di valutare le condizioni di pericolo incombente per la pubblica incolumità. I rapporti stilati dalle varie unità hanno evitato negli anni ‘90 molte catastrofi. «Ricordo la frana di San Benedetto Val di Sambro del 1994. La popolazione venne allertata e fatta evacuare». Stessa cosa a Montebello di Fiorenzuolo. Il 5 maggio del 1998 a Sarno non andò così. Una ferita ancora aperta, che spinse il governo di allora ad intervenire per affinare le tecniche di previsione. «Il ministro dei Lavori Pubblici – spiega ancora Canuti – con l’aiuto del Gruppo catastrofi mise in piedi una normativa che ha portato a suddividere l’Italia in aree di rischio. Una normativa ancora in vigore, che prevede la compilazione di piani strutturali dei Comuni che indicano le condizioni di rischio del territorio». Un modo per “mappare” e procedere con gli interventi in base al grado di vulnerabilità del territorio.
Come sarebbe andata
Come sarebbe andata a Giampilieri con il Gruppo catastrofi ancora in attività? L’Unità distaccata nel Messinese avrebbe rilevato la falda di 50 centimetri formatasi dopo l’alluvione del 2007. Un rapporto dettagliato del pericolo incombente sarebbe stato inviato in doppia copia al Comune e alla Protezione Civile. Da lì, il balletto delle responsabilità sarebbe stato più complicato. E come avvenuto in passato, la popolazione alla prima forte pioggia sarebbe stata sgomberata. «Oggi poi – spiega Canuti – esistono tecniche che permettono di monitorare continuamente i movimenti dei territori che vent’anni fa non c’erano».
Ma questo nuovo indirizzo potrebbe essere dovuto proprio a una minore consapevolezza scientifica dei vertici della Protezione Civile. «E il passaggio da Barberi a Bertolaso è un passaggio significativo» in questo senso per Canuti. Barberi «oltre a essere uno scienziato ha una grande sensibilità ai problemi di questa natura. Bertolaso invece è soprattutto un grande organizzatore», conclude il professore.