Sono alcuni giorni che penso alla specifica problematica proposta in questa discussione, ed è mia opinione che sia molto difficile per le verifiche di tipo semi-empirico tipo R&W seguire la normativa, ovvero utilizzare i valori caratteristici dei parametri geomeccanici ricavati dalla cptu. Questo lo dico anche relativamente al fatto che tutta una serie di terreni fini (ovvero con Ic>2,6) dopo i recenti studi di Idriss e Boulanger (2004 in avanti) non dovrebbero essere più scartati in quanto possono essere valutati più rigorosamente ipotizzando un comportamento "clay like". Quindi in sostanza i volumi di dati da processare sono molto aumentati.
Credevo infatti che la strada da percorrere potesse essere quella di valutare il valore caratteristico del "gruppo omogeneo di terreno" rappresentato dall'indice SBT (soil behaviour type) normalizzato o Ic che dir si voglia, ma mi sono sempre più convinto che tale operazione risulterebbe non concettualmente corretta. Credo infatti che il fenomeno liquefazione e la verifica del suo stato limite sia di fatto riassumibile con le illuminanti frasi del prof. Mccoy:

"Nel caso lo SL sia governato dalle tasche di terreno meno resistente, invece, i valori minimi saranno il riferimento.

I valori caratteristici saranno 'prossimi ai valori minimi' o anche, come spiegato nell'ultimo parametro, uguali alla media dei valori minimi.

Attenzione che quest'ultimo capoverso confonde alcuni colleghi. Qui la media è intesa come media del limitato dataset costituito dai volumi di terreno stocasticamente meno resistenti, e non dalla media di tutto il dataset."

Il problema è quindi come A PRIORI riconoscere volumi di terreno meno resistenti e con "resistenti" per traslato in questo caso si intende che liquefano o sono prossimi a liquefare. Francamente non mi pare che l'SBTn possa identificarli. Provate a guardare la fluttuazione di Qc e fs che c'è all'interno di un singolo orizzonte SBTn, se avete letture al cm vedrete una grandissima dispersione. Un solo valore caratteristico (al 5% percentile) dello strato non solo molto probabilmente si allontanerebbe dai valori minimi ma perderebbe, essendo un solo dato i contributi degli n livelletti critici presenti in esso. Quindi ritengo che andare a raggruppare in pratica non abbia senso. Oltretutto questo è anche il motivo per cui è stato introdotto l'indice LPI che somma di fatto tutti gli n contributi critici di una determinata sequenza stratigrafica.
Mi pare di ricordare che ancora una volta il buon eurocodice (eurocodice 8) abbia scelto la strada giusta, ovvero utilizzare i valori nominali e verificare rispetto ad un fattore di sicurezza maggiorato Fs>1,25 rispetto alla quota di innesco del fenomeno.

Gradirei considerazioni in merito.
Un saluto


Fa' sempre la cosa giusta.