Fra circa tre settimane, il 9 ottobre p.v. , ricorre il 42mo anniversario della tragedia del Vajont che tanto segnò le coscienze e le cui ferite non sono ancora del tutto rimarginate.
Tragedia premonitrice di tante altre, naturali e non, che avrebbero segnato l’Italia negli anni successivi.
Ricordo che era appena cominciato l’anno scolastico ed io, dodicenne, mi accingevo a frequentare la seconda media. Ero in collegio e le notizie si sapevano guardando la Tv la sera dopo la cena, lusso che ci veniva concesso, poi, finito il notiziario sportivo, tutti a dormire. Ma la sera del 10 ottobre e le altre che susseguirono, al telegiornale, all’ora c’era un telegiornale soltanto e per giunta in bianco e nero, non si parlò d’altro che della tragedia avvenuta, rimasi impressionato nel vedere paesi ricoperti di fango ed acqua ma non mi resi, ovviamente, conto di come poteva essere accaduto un fatto simile e dell’immane tragedia che si era consumata.
Negli anni a venire, crescendo ed andando avanti negli studi, leggendo ciò che veniva pubblicato, mi sono reso conto delle cause che portarono al disastro, ma ancora oggi,devo dire, seppure in età matura, mi riesce difficile capire come la stupidità umana, lì sul torrente Vajont, non abbia avuto limiti.
Alcuni giorni fa ho letto sulla rivista “Nuova Storia Contemporanea” nr.4 luglio-agosto ’05 un bellissimo saggio sul disastro del Vajont a firma di Odoardo Ascari, avvocato delle vittime della tragedia in tutto il lunghissimo iter processuale che ne seguì. L’avvocato Ascari ripercorre le varie fasi processuali, non descrive, ovviamente, il disastro dal punto di vista geologico-tecnico, ma leggendo il suo saggio, si riesce a comprendere molte cose.
Leggendolo mi hanno colpito due cose: 1) come abbia fatto il collegio peritale, nominato dal Giudice Istruttore all’indomani del disastro, formato, niente popò di meno che, dai professori Ardito Desio, Michele Gortani e Goss Cadish, a depositare una perizia le cui conclusioni condensavano tutte le responsabilità negli ultimi giorni di settembre 1963, fino alla tragica conclusione del 9 ottobre. Conclusioni che non soddisfecero nemmeno il Giudice Istruttore che nominò un altro collegio di periti composto, questa volta, da accademici francesi al quale fu aggiunto il prof. Floriano Calvino dell’Università di Padova e che giunse a conclusioni completamente opposte.
2 ) si ha l’impressione che il mondo accademico italiano di allora, si sia defilato e non abbia voluto prendere posizione. Cito testualmente le parole dell’avvocato Ascari :
“ E compresi subito che la prima battaglia si combatteva sul piano tecnico. Cominciò così il mio pellegrinaggio per arruolare i più autorevoli esperti in idraulica e geomeccanica d’ Europa, tenendo presente, appunto, che i periti d’ufficio erano di fama e livello internazionale, ma che, in Italia, era molto difficile trovare chi fosse disposto a sostenere le nostre ragioni. Vi era di più: essendo nel frattempo intervenuta la nazionalizzazione dell’energia elettrica e, conseguentemente, l’attribuzione all’Enel della proprietà, per così dire, di tutti gli impianti idroelettrici capaci di produrre energia, l’accettazione da parte di scienziati italiani di un incarico, che possiamo definire accusatorio, diventava del tutto improbabile. Ricordo, infatti, che un professore, titolare di un cattedra prestigiosa, ribadendo il suo rifiuto, mi disse testualmente: Lei non può pretendere che io mi metta contro il mio unico possibile datore di lavoro.”
Concludo con le parole di Bob Dylan : Answer, my friend, is blowing in the wind.
Saluti / Ridolfi