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Iscritto: Apr 2009
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Ciao, sono convinta che ogni regione ha le sue peculiarità derivanti dalle caratteristiche geologiche e geomorfologiche, di naturalità e/o ambientali(in senso lato) e culturali, per cui alcuni modelli non sono esportabili. fino a prova contraria siamo Italia e dobbiamo tenere in conto dei migliori approcci certamente tenendo conto delle singolarità ma tenendo conto che i modelli di approccio sono scientificamente validi in caso contrario non farebbe testo la letteratura internazionale. stà nella preparazione tecnica e culturale del geologo (ed alla sua eperienza di lavoro, passami l'espressione il geologo è come il vino se è buono più invecchia meglio è) saper usare ed interpretare altre esperienze e sta alla "politica" ed alla struttura tecnica ai consulenti tecnici del ministero (ci saranno???) preparare regole generali ed alle regioni e province quelle singolari
michele conti fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza
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Iscritto: Aug 2006
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Iscritto: Aug 2006
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Concetti condivisibili e, purtroppo, anche questioni di competenza professionale irrisolti. Fare i conti fra la rinuncia ad un lavoro e farlo magari con un pizzico di condizionamento è un dilemma che prima o poi bisognerà affrontare e non solo come geologi ma come professionisti che si riconoscono anche la dignità di cittadini coscienti e onesti. Ritorniamo a noi e inquadriamo il problema alla luce degli ultimi eventi-Leggi ATRANI- Questo riporta in primo piano i dissesti e la sicurezza e ripropone il solito dilemma. Gli enti di controllo sono solo burocrazia inutile o hanno il dovere di monitorare e rimuovere i rischi e dare prescrizioni non facilmente raggirabili? La domanda non è di poco conto e mette in crisi tutto l’apparato faraonico delle Autorità di Bacino e della Protezione Civile che, sul piano dell’individuazione e della rimozione dei pericoli, fanno poco, a volte niente. Si potrà giustificare questa grave manchevolezza con la solita mancanza di fondi ben sapendo che non è la verità e che una cronica mancanza di cultura del territorio viene da lontano ed ha attraversato tragedie enormi e che puntualmente sono metabolizzate e dimenticate. Questo indirizzo potrebbe restituire significato a dei nuovi Piani Territoriali in grado di tutelare e mettere in sicurezza, contemporaneamente, l’urbanizzato ed ettari di verde e suolo agricolo. Questa non sarebbe unna innovazione di poco conto e potrebbe proiettarci verso una nuova pianificazione del territorio cittadino e del suo hinterland, dando senso e finalità ad una nuova frontiera: una urbanistica ragionata e previdente che lasci intravvedere una prospettiva diversa della modalità di pianificazione e che apra una concreta riflessione che, a mio parere, viene solo sbandierata ma mai perseguita. Solo una seria valutazione di tutte le variabili che si intersecano e si assommano può arricchire il processo pianificatorio che dovrebbero partire da alcuni elementi basilari:  La crescita culturale e la formazione di una coscienza sociale della collettività;  L’intersettorialità e circolazione delle informazioni sulla pianificazione, e sulla necessità che il processo di piano sia monitorabile e quindi migliorabile;  Una crescita delle Amministrazioni Pubbliche con la formazione di personale tecnico interno capace di approcciare in modo interdisciplinare la valutazione;  L’approfondimento in merito alle condizioni ambientali del territorio e la messa in rete di varie informazioni derivanti dalla strumentazione ambientale molto ampia; Questi sono solo alcuni degli indirizzi da perseguire e che dovrebbero essere tenuti in considerazione da architetti, ingegneri e tecnici di area comune; questo potrebbe essere un utile indirizzo per una progettazione urbanistica che appartiene a una nuova frontiera, ancora poco conosciuta e non sfruttata al meglio: la geologia ambientale. Ossia un modello Urbanistico – Ecologico con questi indirizzi che vanno nella direzione dell’esclusione di nuove forme di massiccia espansione urbana con il pressante impegno della rigenerazione ambientale a fronte delle trasformazioni urbanistiche. Questa è una sfida da affrontare con gli attrezzi e gli strumenti giusti. Una sfida che sarà la cartina di tornasole della maturità della cultura politica e amministrativa di chi ci governa. Molti oggi sono coscienti che questa sia "Una sfida su tre punti: l’energia, il territorio, la partecipazione democratica." Proviamo a portarla avanti anche noi.
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Iscritto: Apr 2009
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Salve a tutti, Oltre che geologi siamo cittadini che hanno il dovere di informarsi su ciò che gli amministratori fanno o prevedono di fare, dal momento che essi sono nel bene o nel male i nostri rappresentanti e dovrebbero fare i nostri interessi. Come cittadino ho il dovere e il diritto di fare politica. La politica non è una cosa sporca da lasciare in mano ai soliti noti. Il fatto che la politica sia una professione rappresenta una deriva pericolosa e tipicamente italiana. Anche un tecnico può e deve fare politica, come cittadino, informandosi, osservando il territorio, facendosi delle domande e ponendole ai propri rappresentanti. La distruzione progressiva di territorio agrario è una questione che riguarda tutti i cittadini, di qualsiasi bandiera. Ad oggi la pianificazione territoriale consiste sostanzialmente nel delimitare aree da edificare, in risposta alle continue pressioni delle lobbies del cemento. C’è bisogno di un cambio di passo, ma sono i cittadini che devono fare pressione sui loro rappresentanti. Come ricordavo in un post precedente è giunto il momento che il tecnico diventi un pò politico o che il politico diventi anche un po’ tecnico; un tecnico onesto opera secondo criteri scientifici di efficenza; un politico di professione ragiona invece con logiche spesso clientelari e slegate dal bene della comunità. Spesso i sindaci e gli assessori hanno curricula professionali notevolmente inferiori a quelli dei tecnici che dovrebbero dirigere. La carriera tecnica è molto più lenta e corta di quella politica. La politica è stata troppo spesso la scorciatoia per gli incapaci. Come categoria professionale infine penso che dobbiamo cercare di entrare nelle “stanze dei bottoni”, dove si decide il futuro del territorio, e dove siamo sempre stati un po’esclusi. I risultati di questa esclusione purtroppo si vedono.
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Iscritto: Apr 2009
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"Come categoria professionale infine penso che dobbiamo cercare di entrare nelle “stanze dei bottoni”, dove si decide il futuro del territorio, e dove siamo sempre stati un po’esclusi."
questo è un argomento già espresso in precedenti post, forse dimenticato, ma era diretto al "fare politica" del nostro ordine (intesa come migliore gestione e salvaguardia del territorio e non partitica)ed ad occupare spazi "politici intesi come categoria" nelle stanze dei bottoni (tipo ministeri CSLLPP etc). anche a difesa e valorizzazione del nostro lavoro ma come spesso accade o accadrà diventeranno posti da lupi in caccia e si ricomincerà da capo
michele conti fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza
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