EDITO DA " IL MATTINO" 8 AGOSTO 2010 ED. DI AVELLINO

Leggere gli interventi sulla “ Questione Urbanistica” della nostra città mi riporta alla mente la vecchia immagine degli intellettuali, un po’ snob, che mai hanno avuto uno stretto legame con la realtà che li circonda e che spesso finiscono nelle maglie dei furbi di turno. La sensazione è che, invece di analizzare i fatti, artatamente si continui a fare filosofia o, peggio ancora, utopia. Eufemisticamente potremmo dire che siamo sulla “solita buona strada”. Del resto una interpretazione molto vicina al vero ma più insinuante e pericolosa è questa: in fondo i veri bisogni della gente sono altri: il lavoro, la scuola, l'assistenza agli anziani, etc. e questa guerra sull'urbanistica riguarda una minoranza, una minoranza di operatori: costruttori, consulenti, tecnici, professionisti e naturalmente i proprietari dei terreni e delle aree. Questo avviene non per una caratteristica intrinseca della materia urbanistica, ma perché di fatto, sottratta all'interesse generale, l'urbanistica è stata spesso requisita dagli operatori attraverso i loro rappresentanti politici che siedono nei consigli comunali o negli assessorati. Il turbinio di assessori che hanno occupato e occupano questo posto chiave per lo sviluppo, quale è l’assessorato all’urbanistica, ne evidenzia crudamente la realtà. Il normale temporale di agosto, avvenuto qualche giorno addietro, ci porta con i piedi per terra,meglio,nell’acqua. Danni e lamenti che si ripetono puntualmente. Una causa-effetto che ci portiamo dietro da tempo. Parlare, quindi, di progetti avveniristici senza che esista una reale agenda capace di incoraggiare e controllare uno sviluppo sostenibile non funziona, così come non può funzionare una disorganica e fumosa enunciazione di disponibilità senza una organica progettualità. Certamente l’allestimento, la gestione e l’attuazione di questo processo necessitano di tutte le capacità e gli strumenti di cui possono disporre un’autorità locale e la sua collettività ed è a questo punto che tutto si blocca e si brancola nel buio. Solo interventi “ di parte” e non proprio “ disinteressati”, ove lo sviluppo urbanistico viene associato allo sviluppo edilizio. Credo che non si possano nascondere quaranta anni di nefandezze urbanistiche, di prevaricazioni professionali, non dire di tecnici, imprenditori, politici poco sensibili ai problemi del territorio e solo votati alla cementificazione, alla impermeabilizzazione dei suoli e negli ultimi anni an¬che alla urbanizzazione selvaggia delle campagne, significa non voler fare una analisi approfondita, la sola che può portare ad una vera e reale inversione di tendenza culturale, che molto spesso, solo come “ flatus vocis”, è presente sulla bocca di tutti. E allora evitiamo delle vuote enunciazioni di principio e diamo segnali positivi che il cambiamento è in atto, che il territorio, in quanto tale, è un bene indispensabile, prendiamo realmente coscienza del passato ed evitiamo di incorrere negli stessi errori. Un paese dove si consumano ogni anno 150 mila ettari di campi, boschi, coste e colline ci ha portato verso uno scenario di deserto cementificato, da questo emerge un primo dato impietosamente: sul tema della salvaguardia del territorio sono da bocciare tutte le politiche delle Amministrazioni centrali e periferiche fino ad ora attuate. Ancora oggi ci tocca ascoltare le solite menzogne sugli effetti positivi che la ripresa edilizia riversa sul piano occupazionale. Niente di più falso, su questa linea si privilegerà ancora una volta lo scempio. Quello che affermo è drammaticamente percepito nelle immediate periferie della città. Basta fare un giro per capire chi cementifica e consuma il nostro territorio con il solo fine dell’utile immediato. Non è solo il caso della città capoluogo anche il suo hinterland si presenta con un disordine urbanistico preoccupante. Dibattere è sempre utile. “Il fermento culturale” degli anni Novanta che sembrava avere svegliato una coscienza collettiva è miseramente fallito confermando che dietro l’angolo vi è sempre una grande voglia di mettere “ le mani sulla città”. Perché questo avviene ancora? Perché manca la consapevolezza che viene “dal basso”, la percezione del degrado e della non vivibilità è vissuta dai cittadini come una evenienza ineludibile. Certo raggiungere una qualità di vita non è cosa semplice quando mancano le parole-chiave quali: ecologia, cosmopolitismo, creatività e partecipazione. Noi abbiamo bisogno di riqualificazione, non di nuovi insediamenti, abbiamo bisogno di coinvolgere nelle scelte costruttive i residenti dando loro la possibilità di esprimersi sul futuro sviluppo del loro ambiente urbano, non abbiamo bisogno di un piano casa che prevede una serie di interventi da effettuare in deroga agli strumenti urbanistici vigenti con buona pace di tutti. Si è mai provato a dibattere, con le scelte che ne conseguono, delle energie rinnovabili, della mobilità urbana e delle costruzioni a basso impatto, della sicurezza delle scuole, degli uffici, del patrimonio abitativo obsoleto? Queste azioni politiche di tipo partecipativo ma anche di formazione delle coscienze mancano e continuano a mancare, manca, ahimè, la spinta propulsiva che viene “ dal basso”. Chiamare a raccolta i soliti “ addetti ai lavori” non è serio anche perché le nostre esistenze metropolitane si svolgono in un ambiente completamente artificiale, antropizzato, dunque, parlare di urbanistica equivale a parlare della vita e del nostro futuro. Insomma una materia troppo importante per lasciarla in mano ai soli tecnici, agli specialisti, agli operatori del settore e ai lobbisti.
Eppure sono numerosissime le politiche urbane rispettose dell’ambiente, attente alle esigenze del cittadino che sfociano e si saldano a fruttifere forme di marketing turistico- culturale. Queste scelte hanno sempre gratificato e confermato la convenienza economica di tali forme di “governance illuminata”. Seguire questi modelli di sviluppo urbano sostenibile significa quindi avere speranza e voler guardare al futuro con occhi nuovi, con coraggio, responsabilità, creatività e lungimiranza.

Costantino Severino