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Buonasera a tutti e salve a chi leggerà la mia domanda in un successivo momento.

Tralasciando almeno per ora il discorso del riscaldamento globale, vorrei se possibile che qualcuno chiarisse due perplessità che personalmente ho riscontrato su quello che dice il dottor Mario Tozzi del CNR, forse attualmente il vostro collga più famoso al pubblico italiano.

1. Da quello che dice e soprattutto ripete, un uomo della strada come me pensa che, secondo Tozzi, non si dovrebbe costruire in zone a rischio idrogeologico (ovvero specialmente frane e indondazioni), mentre nelle zone a rischio sismico la soluzione è sostanzialmente l'ingegneria antisismica. A dire il vero, a volte afferma l'importanza anche di opere "strutturali" (termine corretto?) di difesa dai rischi idraulici e franosi, però il suo argomento principale, se capisco bene, è la delocalizzazione della popolazione a rischio. Date queste premesse che credo siano condivise da chiunque lo ascolti, non mi è chiaro bene perché non parla mai in maniera approfondita della distinzione tra zone pericolose e non pericolose e perché non indica il fatto che ci sono zone lievemente pericolose e altre ad altissimo rischio, ad esempio.


Inoltre, perché se quello che dice Tozzi è spesso valido, i suoi colleghi geologi sono i primi a fare da consulenti per costruire opere di difesa del suolo in zone a rischio o pericolosità più o meno elevate?

A parte che nella parte collinare della mia città, purtroppo a gravissimo rischio frana, sono stati recentemente evacuati condomini lesonati a livello strutturale per cedimento del terreno in certe zone che nessuna mappa PAI redatta da geologi indicava come a pericolosità di tipo franoso; credo che ciò si spieghi col fatto che i geologi sono fallibili, più o meno come avvocati, medici o piloti d'aereo. I geologi intervistati ex post dalla stampa hanno parlato di movimento lento di frana. Peraltro, non capisco come sia possibile e ragionevole la decisione (prevalentemente politica) di usare il superbonus per riedificare uno dei condomini demoliti nella stessa zona dove sorgeva prima, dato che il terreno sembrerebbe così cedevole, ma questa è un'altra storia e parlare male dei politici è spesso corretto ma inutilmente ripetitivo.

2. La seconda perplessità è invece di tipo pratico: pur col calo demografico italiano e che si nota in moltissime località, come si farebbe a conciliare il principo del consumo zero di suolo (da Tozzi sempre ribadito) e lo spostamento di abitanti dalle numerose zone pericolose a quelle sicure, anche a precindere dal discorso dei costi economici di tale operazione.

(Parlo da persona, pur se ignorante nel campo, molto attenta alla tematica dei rischi naturali. Se fossi ricco, mi costruirei una villetta in zona a rischio geologico virtualmente 0, sogno cose impossibili.)

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io dico solo: discorso è molto complesso
le zone a rischio sono ben note e sono quelle che possono essere allagate in caso di piena con tempi di ritorno relativamente brevi.
Semplicemente non si sarebbe dovuto ampliare centri abitati in zone che vanno a lambire queste aree. Dico complesso perchè con l'attuale tendenza a precipitazioni molto brevi ma estremamente intense e soprattutto circoscritte, anche piccoli torrentelli che per tutto l'anno hanno portate insignificanti possono diventare per poche ore dei fenomeni naturali e fare un bel macello. Se contro ogni probabilità modellistica piove su un piccolo bacino nel giro di qualche ora tutta l'acqua che cade in un intero anno, fa un macello anche dove non c'è teoricamente rischio, come è successo nelle marche un paio d'anni fa. O in Emilia romagna questa primavera.
Sul discorso frane la pianificazione ha già delimitato le zone a rischio, purtroppo il nostro territorio è estremamente fragile da questo punto di vista.
La delocalizzazione e la limitazione del consumo di suolo possono coesistere: nelle aree urbane esistono aree da riqualificare che a cui si dovrebbe prioritariamente accedere: perchè devo convertire un fondo agricolo ad area residenziale quando magari trovo la stessa estensione nell'agglomerato urbano con edifici fatiscenti, degrado, abbandoni?

Il problema dei temi discussi da Tozzi non è tanto l'aspetto tecnico della questione, ma quanto questo aspetto si interseca con quello politico. Occorre sforzo politico per dare corso a quanto sopra, perchè i diritti di alcune persone possono essere toccati.

Inoltre si parla di dissesto solo quando c'è un bel disastro, allora i politici di turno vanno a conteggiare "quanti soldi sono stati spesi recentemente per limitare il dissesto" -senza peraltro parlare di come e dove sono stati spesi, poi quando tutto cala nessuno ne parla più e i progetti si fermano....


..
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Grazie infinite per la gentile e chiara risposta.


<<La delocalizzazione e la limitazione del consumo di suolo possono coesistere: nelle aree urbane esistono aree da riqualificare che a cui si dovrebbe prioritariamente accedere: perchè devo convertire un fondo agricolo ad area residenziale quando magari trovo la stessa estensione nell'agglomerato urbano con edifici fatiscenti, degrado, abbandoni?>>

Lei ha perfettamente ragione che le aree fatiscenti e abbandonate andrebbero convertite, sebbene con la lentezza di un Paese dall'economia non più florida inevitabilmente. Però, se abbiamo, secondo l'ISPRA, 1.303.666 abitanti (2,2% del totale) in aree a elevato o molto elevato rischio frana (senza contare quelle alluvionabili) e l'Italia ha una densità abitativa relativamente alta (195 abitanti per chilometro quadrato), come si possono trasferire gli abitanti in aree più sicure, senza consumare suolo? Ovvio che le aree degradate andrebbero riqualificate (con demolizioni e ricostruzioni?) ma non bastano, a mio avviso, e mi pare evidente.

Sono d'accordo col discorso che ci sono problemi di interessi particolari e di politica riguardo a come il rischio viene gestito tuttora.


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